L’angolo verde, al buio – Sul freddo del malessere e sul calore dei rituali

8 dicembre.

Migliaia di cantine vengono aperte per riportare alla luce l’abete natalizio che, da tradizione, viene ornato di palline e luci colorate e posto in un angolo ben visibile della casa.

Spesso, le decorazioni sopracitate rimangono sempre le stesse per anni, finchè, complice la naturale usura, vengono sostituite. Se fossimo in un film della Pixar, queste palline avrebbero una vita propria, e nel momento della sostituzione vivrebbero una crisi esistenziale, conducendoci in una qualche avventura on the road.

Da un po’ di anni (quindici? venti?) a questa parte, a causa della crisi, del cinismo generale o semplicemente dei tempi più veloci a cui siamo sottoposti, le decorazioni sono sempre di meno. Nel mio quartiere sono ormai pochissime le case e i palazzi che espongono lucine colorate, e perfino i negozi, nonostante la premura di addobbarsi a festa già dal 3 novembre, diventano sempre più parsimoniosi e ripetitivi.

“La gente non ha soldi” dice una mamma al figlio adolescente, che probabilmente sta vivendo il Natale peggiore della sua vita, molto diverso da come lo ricordava da piccolo, con quel caldo che avvolgeva il corpo e quell’odore di carne al forno che deliziava narici e papille. Il tempo passa, spuntano i primi peli. Quello zio che sembrava tanto affettuoso quando l’adolescente era ancora bambino, ora si mostra per quello che è veramente, e comprendiamo il perchè a tavola parlava sempre poco con gli altri parenti.

“La gente non ha soldi” dice il TG nazionale, proponendo poi i soliti consigli per rimanere in forma dopo le feste, che ci fanno quasi invidiare i “bevete molta acqua e rimanete all’ombra” che ci propinano durante le ferie estive.

“La gente non ha soldi” dice il titolare di un negozio di abbigliamento in crisi. Forse la società fornitrice gli regalerà un cesto da condividere con la famiglia, ma lui guarda i suoi manichini esposti con il cappello natalizio ed è consapevole che potrebbe essere l’ultima volta.

Insomma, in generale ci sono meno decorazioni. L’albero è lì, non può essiccare, aspetta solo di essere decorato. “E’ rimasto un angolo verde, ma abbiamo finito le decorazioni”, dice un bambino al padre con il quale stava ornando l’abete. “Non fa niente: quell’angolo lo giriamo verso il muro, così non si vede” risponde il genitore.

Di comprare altri addobbi non se ne parla. E perchè poi? l’angolo rimasto verde sarà messo al buio, lontano dagli sguardi, e gli ospiti si concentreranno sulle zone decorate di luci e colori.

Ebbene: quell’angolo verde rimasto al buio siamo noi. No, non siamo proprio noi… è una parte di noi. E’ il noi malinconico, quello che a Natale non riesce a scaldarsi. Quel noi che ha le narici atrofizzate e non può sentire l’odore dell’arrosto. Quel noi disilluso. L’angolo verde non è Ebenezer Scrooge: è Ebenezer Scrooge che osserva una famiglia felice da una finestra appannata dal freddo.

E’ quella parte di noi che vive con ansia l’avvicinarsi dei giorni natalizi.

Ed ha ragione, perchè no?

Soliti parenti, soliti soldi spesi, solito maglioncino per regalo, solito festeggiamento, solita partita a carte (e forse quest’anno addirittura si vince). Con tutti i problemi che il quotidiano ci porta, dovremmo pensare pure a queste cose. Sembra che i giorni natalizi siano perfino quelli in cui si verifica il tasso più alto di suicidi. Se essere tristi è ragionevolmente brutto, esserlo durante i giorni in cui la tradizione ti impone la “felicità” deve esserlo ancora di più.

“Papà, andiamo a comprare altre lucine da mettere nell’angolo verde? Dai… e dai… e dai… e dai… e dai…” insiste il piccolo. “E va beneee…” si arrende il papà.

Pochi euro al negozio cinese. Cinque minuti di lavoro. Ecco che l’angolo verde non è più al buio, e non è più soltanto verde.

Forse la verità è che i rituali ci salvano la vita. Se la religione oscura la mente, e la tradizione limita le nostre possibilità, il rituale è quella piccola àncora che aiuta la nostra quotidiana esistenza. E’ quel filo che lega il bambino con suo padre, e con suo nonno, e via dicendo. E’ quella cosa che si sceglie di fare, che il più delle volte comporta un costo insignificante di soldi e fatica, eppure può riportarci il sorriso e può irradiarlo a chi beneficia del nostro rito. Il rituale ci ricorda che siamo parte del mondo, e che possiamo dare al mondo una parte di noi, ma senza rimetterci nulla. E’ la fatica che ci fa gustare di più il profumo dell’arrosto. E’ quella cosa tanto antica da mantenerci saldi nella famiglia, eppure tanto nuova da non annoiarci mai. E’ la nuova opportunità che diamo allo zio che nella vita ha sbagliato tanto. E’ Ebenezer che regala un giocattolo ad un bambino povero. E’ la nostra decisione di porre un po’ di luce in quell’angolo buio, che era girato verso il muro e quindi “nessuno ci faceva caso”.

Buone Feste a tutti.

 

DEMO ONE – Sul ricordo della giovinezza

demo1 violet

 

DISCLAIMER: Gli appunti da cui è tratto questo articolo sono stati scritti su un quaderno rovesciato. Se dopo la mia morte tale quaderno verrà ritrovato e spacciato per un manoscritto in codice, siete avvisati di non credere ad alcuna speculazione giornalistica.

 

Oggi ero in macchina con mia madre, al ritorno da scuola. Molti dei miei compagni abitano già nei pressi dell’istituto, io un po’ più lontano, e mia madre mi accompagna e riporta ogni giorno. Non provo vergogna per questo, e forse un giorno capirò che semplicemente non me ne fregava nulla dell’opinione dei miei compagni. Ma non è ancora questo giorno, perchè oggi sarà un giorno (qui la maestra mi avrebbe segnato con il rosso per la ripetizione) come lo sono stati ieri e ieri l’altro.

Entro in casa, saluto mia nonna e cerco di essere paziente di fronte alle sue solite domande (che hai mangiato? com’è andata a scuola? che hai mangiato? che ti hanno insegnato di aritmetica? e che hai mangiato?) ma il mio corpo si muove quasi automaticamente verso il salone, dove si trova la mia Playstation. Dentro c’era già il CD n°3 di Final Fantasy VIII, quello in cui i tuoi personaggi sono potenti e hai già il Lagunarock per andare dove vuoi. Ma oggi avevo voglia di qualcos’altro. Tolgo il cd e ne inserisco uno diverso, uno nero lucido, tra i pochi cd originali che possiedo. Si intitola Demo1 ed è, appunto, una demo, ovvero una raccolta di piccole porzioni di vari giochi, che un utente può provare prima di scegliere se comprare il gioco completo, e quale comprare. Tipo la signora che vende il miele nelle sagre di paese: ci mette davanti una serie di barattoli (acacia, millefiori, castagno, eucalipto, arancia, propoli) e ci permette di assaggiarne un cucchiaio di ciascuno barattolo per decidere se e quale acquistare. Arriva mia madre e mi porta la merenda che, altrettanto automaticamente, ma con molto più amore, mi ha preparato. Penso che forse sono troppo piccolo per fare questi ragionamenti, infatti inserisco il cd e premo il pulsante di avvio. Dopo il leggero rumore meccanico, appare il logo della Sony con il rispettivo suono. E’ il momento della verità, quello in cui si capisce se un gioco funzionerà correttamente o meno. “Funzionerà”, penso tra me e me, “E’ un CD originale”. E infatti, la successiva schermata mi conferma che il gioco si è avviato alla perfezione.

Parte una base di musica techno, che accompagna una cascata di rozze forme tridimensionali che fluttuano tra mille luci e compongono la schermata di selezione dei giochi. Decido di provare qualche gioco a caso, non avevo voglia di iniziare una storia ma solo di capire, tanto c’è il tasto SELECT che ti permette di tornare alla schermata principale.

 

Guardo l’ora sul display digitale di un videoregistratore posto un po’ in lontananza. Sono le 19:00. Dentro di me sale un principio d’ansia: si è già fatto sera, tra poco questa giornata finirà per lasciar spazio ad un suo clone. Mi avvicino per guardare meglio, mi sbagliavo, l’orologio segna le 17:00, ho ancora un paio d’ore da vivermi.


 

Quello che avete appena letto è rivolto ad un passato prossimo, eppure è successo ormai quindici o sedici anni fa.

Se ho intitolato questo articolo “Sul ricordo…” è perchè la mia intenzione non è quella di pubblicare un testo che rievochi le “bellezze” commerciali degli anni ’90 (esistono centinaia di video su Youtube e pagine su Facebook per questo scopo) seppur io ne sia un nostalgico amante, ma per parlare appunto del ricordo della cosa, e non della cosa in sé.

Quel pensiero che il mio infantile alter-ego faceva riguardo i barattoli di miele non era poi così sbagliato. La Demo One non era poi così distante dal banco d’assaggio del miele, solo che proiettata al futuro. Se il miele (accompagnato da tutto ciò che una sagra di paese può portare) rappresenta infatti la tradizione, la Demo One rappresentava la proiezione verso il futuro. La musica techno, gli effetti di luce, le animazioni 3D, erano l’atmosfera di una generazione per la quale il futuro era ancora l’automobile ecologica volante, e non lo scenario post-nucleare che ad oggi, alle porte del 2016, è una potenziale realtà e forse per questo sempre più noioso.

Diceva Aristotele nella sua opera La Retorica:

I giovani non sono sospettosi, perchè di male non ne hanno ancora visto molto, sono fiduciosi, perchè non hanno avuto ancora il tempo di essere ingannati”

Ebbene, viviamo ancora del bel ricordo di un’epoca nonostante questa ci abbia ingannati in tutto e per tutto. Siamo qui a ricordare con le lacrime agli occhi quegli anni in cui venivamo nutriti di chimica (basti pensare a tutti i dolciumi colorati, al gelato blu, ai push-pops, ecc), in cui lentamente abbandonavamo il campo da calcetto della parrocchia per passare il pomeriggio sul divano per sconfiggere Zarok e Tyrant. Il mondo ci sembrava tutto sommato un posticino godibile, se non vivevi in Serbia o in Iraq, e in ogni caso c’erano i buoni dell’ONU e della NATO a impersonare nella realtà gli eroi dei nostri giochi e a portare il bene e la pace nel mondo. Vivevamo in una grossa, complessa illusione. Peggiore delle generazioni precedenti, perchè se “La giovinezza è la passione per l’inutile” (Jean Giono – Triomphe de la vie), i ragazzi dei 90s stavano migrando più o meno velocemente nella reatà virtuale (“che limiti non ha…” cantava Marco Destro in “SUPERHUMAN SAMURAI SYBER-SQUAD”, ABC, 1994) rifiutando quindi inconsapevolmente la passione per i lividi e le ferite “inutili” che i cugini più grandi si erano fatti nel campo di calcetto, e che forse un giorno potevano ritornare utili nella vita, quando mali ben peggiori bussano alla porta.

DEMO ONE era anche questo. Era l’illusione della velocità, l’illusione della corazza indistruttibile e delle vite illimitate. E di più: Net Yaroze… oggi è una barzelletta, pochi anni fa era fantascienza. E sono sicuro che un nativo digitale, se leggerà queste righe, non capirà la sensazione di inserire un CD e vedere la tua console che ti promette il gioco online condiviso con altre migliaia di giocatori.

E allora a volte, con la mente, sono ancora lì: nella mia vecchia casa, con il panino preparato da mia madre, con mia nonna che mi chiamava quando i rapporti tra noi non si erano ancora rovinati. E il mio ricordo non è una multinazionale capitalista, non è una guerra, o marketing, o inquinamento, o violenza. Robin Williams e Michael Jackson sono ancora vivi, Macaulay Culkin è ancora un bambino biondo e Will Smith un adolescente fuori sede. Il mio ricordo, in quel momento, è una signora buona che mi offre del miele da assaggiare.

Ciò che ho scritto è un po’ retorico, per alcuni può essere addirittura scontato. Questo testo è nato da appunti scritti in una notte di insonnia, scorrendo vecchie fotografie degli anni ’90, nella dolce ipocrisia di chi dice “ci bastava un pallone per essere felici” dopo aver riproposto la lista delle centinaia di giocattoli, giochi, merendine e cartoni di cui facevamo uso all’epoca. DEMO ONE era per me e per tanti miei coetanei, la prima proiezione della nostra fantasia in una forma relativamente più tangibile, prima che l’eccesso di realismo e di coinvolgimento la distruggesse del tutto. Era l’equilibrio tra presente e futuro, nè troppo reale da confonderci, nè troppo surreale da distrarci. Erano piccole porzioni di gioco nel pomeriggio, che alla fine ci lasciavano il tempo, il modo (e gli argomenti) per rimanere in contatto con gli amici, e magari farsi qualche livido.

Sono le 19:00, e il tempo è finito.

 

“L’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine, ed egli è interamente uomo solo quanto gioca”

(Friedrich Schiller, “Dell’educazione estetica dell’uomo”)

 

Recensione Libro: Come il Jazz può cambiarti la vita (W. Marsalis)

9788807722462_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleQuando ero piccolo, la parola “Jazz” mi rievocava una sola cosa: un sax che, con tono malinconico e un volume che non si azzardava mai a salire troppo, inondava un locale buio e fumoso, il quale era schiarito solo da qualche luce sporadica, frequentato da scrittori di mezza età con problemi di alchol e da gangster in fase meditativa. Sono sicuro che molti di quelli che hanno appena letto queste righe vi si ritroveranno.

Quando ho cominciato a capirne un po’ di più, il termine Jazz lo traducevo in accordi diminuiti, scale impossibili, matematica ed esercizio infinito.

Ma, come diceva un autore di cui probabilmente farò una prossima recensione: “Alla nascita di Gesù assistettero due categorie di persone: i Magi, ovvero i più ricchi, colti e sapienti, e i pastori, ovvero i più poveri e ignoranti”. Tutto questo per dire che alla verità ci si può arrivare sia con lo studio e la ricerca più intensa, sia con l’umiltà e la semplicità della vita quotidiana.

Il libro di Wynton Marsalis mi ha portato un po’ a questo. Non si tratta solo di un testo divulgativo in cui sono spiegate le basi e i termini riguardanti la musica Jazz (swing, scat singing, call&response, ecc…), ma anche e soprattutto di una dimostrazione d’amore (“amore” nel senso più semplice e diretto del termine) verso questo genere musicale che può esprimere la massima tristezza, come il suo parente, il blues, o la massima gioia dei canti e i balli tradizionali africani e sudamericani. Quindi in un certo senso il Jazz è la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, con il suo modo di far stare insieme le persone e a volte di allontanarle quando si perde la sintonia del tutto.Motivo per cui questo è un libro indicato anche a chi non è propriamente interessato alla musica in senso pratico o specialisticamente teorico, e Marsalis, da ottimo docente e divulgatore, si mantiene in un testo abbastanza breve (165 pagine) ma molto intenso nei concetti.

 

Una chicca speciale per chi segue i miei lavori: Wynton Marsalis suona George Friedrick Handel :)

 

 

 

 

Recensione Libro: Le Anime Disegnate (L. Raffaelli)

41AOKMve2bL._AC_UL320_SR276,320_

Puro e semplice: questo è uno dei libri più interessanti che abbia mai letto.

Sicuramente non sto dicendo niente di nuovo a chi si occupa di animazione in termini pratici professionali o puramente storici e teorici, ma questo è un testo che andrebbe letto da chiunque, anche con la stessa semplicità e con il piacere della scoperta con le quali si guarda un documentario in TV.

Le anime disegnate è un libro che si legge con grande facilità, ma così completo che ci fa immergere completamente tra la storia, le tecniche antiche e moderne, le curiosità e i retroscena socioculturali che i prodotti di animazione, che siano destinati al piccolo o al grande schermo, portano con se.

Compagno imprescindibile nella formazione di registi, disegnatori, scrittori, e (perchè no?) compositori. L’autore parla con la stessa disinvoltura e interezza di produzioni sia occientali che orientali, e spazia dal maestro Osamu Tezuka a Walt Disney, dalla Toei ad Hanna&Barbera. Annoiarsi è impossibile.

Fondamentale per chi, come me, pensa che i prodotti di facile fruizione siano ottimi per veicolare messaggi e contenuti più alti, cosa che spesso viene dimenticata in mezzo ad un ammasso di stereotipi riguardanti i cartoni animati e il loro pubblico di riferimento.

Fondamentale per chi, come me (e so di ripetermi), pensa che il genio venga prima della tecnica, e che spesso con un basso budget e strumenti obsoleti, gli artisti dell’animazione ci abbiano regalato emozioni che ancora oggi difficilmente vengono rievocate.

In caso non si fosse capito, consiglio la lettura di questo libro. Il marchio “Minimum Fax” dell’editore, non può essere altro che una garanzia.

 

 

 

 

Recensione Libro: Il cervello anarchico (E.Soresi)

il-cervello-anarchico-libro-70879

 

Oggi vado a recensire uno dei libri più significativi che abbia letto di recente: “Il Cervello Anarchico”, del prof. Enzo Soresi, medico specializzato in pneumologia che è stato primario dell’ospedale Niguarda di Milano (luogo che ahimè conosco molto bene) e che vanta numerose pubblicazioni in ambito internazionale, riguardo l’analisi, il trattamento e la cura dei tumori all’apparato respiratorio.

Lo dico fin dal principio: questo libro non contiene formule magiche per curare i tumori. Non che ne abbia nemmeno la pretesa, ma spesso (e anche comprensibilmente) letture del genere vengono effettuate con un’errata convinzione di partenza. Invece:

Estremamente scorrevole e piacevole da leggere (nonostante qualche argomento sia più specialistico), il testo è un saggio che parla di psiconeuroendocrinoimmunologia (abbreviata, PNEI), ovvero di una branca delle neuroscienze che studia i rapporti tra le emozioni registrate dal cervello e il nostro sistema immunitario. L’autore ci racconta quindi di numerosi casi in cui gli shock improvvisi o lo stress continuo che il cervello subisce, porti quest’ultimo ad uscire dalle sue ottimali condizioni di funzionamento, causando quindi quelle disfunzioni e malattie delle quali molto spesso ci sembrano ignote sia le origini che le possibili cure. E a volte succede l’opposto: un impulso emotivo molto forte, ha portato diverse persone a guarire dalla malattia, forse il principio per spiegare fenomeni di guarigioni miracolose.

Alla luce di questo, il prof. Soresi pone le sue riflessioni da medico e da uomo, non risparmiandoci degli aneddoti sul suo percorso professionale fin dalla gioventù e dei consigli sul come prevenire e ridurre al massimo il rischio di far entrare il nostro cervello nello stato di anarchia.

La prefazione di Umberto Galimberti, con una riflessione sul significato di corpo biologico e di anima fin dagli albori della civiltà, vale già da sola il prezzo del libro.

 

Per un approfondimento sul lavoro del prof. Soresi, linko il docufilm “Conversazioni sul Cervello”, presente liberamente su youtube: