La strada, dall’altro lato.

Sospiro pensando a quegli anni, indosso un’armatura con una lancia in mano. 
Abbiamo spazzato via innumerevoli nemici, più volte in pericolo di vita. 
Sono stato ricompensato con lodi, tutto inutile. 
Quando sono depresso mi alleno nella boxe, durante il mio orario di lavoro aro i campi. 
La gente dice che sono stupido e fatiscente. 
Ho sentito dire questo, ma io non la prendo a cuore. 
Rido del popolo e dei nobili che si agitano per le loro ansie, non come me che rimango di buon umore e resto calmo. 
Non desidero la fama o il lucro. 
Dopo essere stato coinvolto negli affari, capisco l’inganno. 
Capisco la natura illusoria della vita. 
Supponendo che ci fosse un mondo dove la pace e la salute hanno prevalso, la tranquillità e la semplicità sarebbero all’ordine del giorno. 
Non ci sarebbe l’odio e la negazione. 
Non mi interessa che gli altri si affaccino alla povertà: io non sono preoccupato per il successo o il fallimento. 
Se non sono già un immortale, allora chi lo è?

[La Canzone dei ricordi – Chen Wangting, fondatore dell’arte marziale Taijiquan]

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Avevo 18 anni. Mi trovavo di fronte ad un grosso edificio, dove tra non molto avrei affrontato un colloquio che, pensavo, avrebbe dato una svolta alla mia vita. Dato che ero in grosso anticipo, guardai dall’altro lato della strada e vidi un bar, dove degli individui sulla trentina, in giacca e cravatta e col sorriso da persone vincenti e sempre positive, stavano prendendo un caffè. Decisi allora di attraversare la strada, per fare una veloce merenda prima del colloquio, dato che il mio stomaco era famoso per brontolare sempre nei momenti meno opportuni.

Mentre mangiavo il cornetto al cioccolato appena comprato, vidi i sopracitati individui tornare nel grosso edificio dove dovevo tenere il colloquio, e mi resi conto che quella era gente che “ce l’aveva fatta”. Erano belli, ordinati, sorridenti. Parlavano correttamente l’inglese, tanto da giocare a inserire superflui vocaboli inglesi in una normale conversazione in italiano. I loro abiti, i loro telefoni e le loro borse lasciavano intuire una buona condizione socio-economica.

“Com’è strana la strada, dall’altro lato” pensai.

Questo pensiero, senza ancora dargli una forma verbale, lo facevo spesso durante la mia infanzia. Si riferiva a quelle persone che conosciamo di sfuggita ma ci rimangono impresse per l’aspetto ed il carattere stereotipato, ancor prima di poter approfondirne la conoscenza e capirne tutte le altre sfumature.

Così, quando per la prima volta a dodici anni entrai in una palestra, riconobbi alcune di queste figure: il bonaccione, il maniacale, il rozzo, il figo, il lamentoso e così via… E questo si ripeteva spesso, anche quando andavo al mare, o a casa di parenti, o al lavoro da mio padre.

Ma la vita scorre, i tempi cambiano. Quelle persone che vedevo come idoli si sono rivelate per quel che sono (ed ecco spiegata la citazione di Chen Wangting) e ora provo la sensazione opposta. Quando sto con i bambini (e per le attività che faccio, questo capita spesso) mi rendo conto di essere dall’altra parte. Mi rendo conto che loro mi guardano e mi vedono come io vedevo gli altri. Chissà cosa sono agli occhi dei tanti bambini con cui ho avuto a che fare. Forse un povero sfigato, forse un saggio insegnante, forse “il tizio con la barba e pochi capelli”.

Non ci sarà mai una risposta precisa, ma so che qualunque essa sia, rimarrà nel ricordo di quei bambini e lascerà loro qualcosa nella loro vita, fin quando non saranno dall’altro lato della strada.

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Suoni del tempo

Quando penetra intenso il primo raggio del mattino

Le stelle sono un ricordo svanito

Figlia sua è la brina sui fiori

E la cenere nel camino

Se la sua luce rispolvera il velo di cento notti

 

Ripensa a me, per un momento

Come se non avessi sbagliato nulla

 

Quando senti il suono di un castagno che cresce lontano

Ma le mie frasi d’amore sembrano mai uscite

Quando ti vesti per l’estate ma il cielo si chiude nel grigio

Ed il sangue ha un sapore più amaro

 

Ripensa a me, per un momento

Come se facessi ancora ridere

 

Se non escono lacrime

Concediti il permesso di farle uscire

Forse non arriva estate finchè inverno e primavera non fanno le loro pulizie

E se alla fine ci riesci, scrivimi una lettera al nuovo indirizzo

In modo che possa impararlo anch’io

 

Senza pensare più a noi

 

 

Paul

Custode nella notte (a Claudio)

Sono passati sei mesi da quando te ne sei andato. Ovunque tu sia spero tu possa sentire questa canzone che ho scritto… non è molto, e non sono bravo a cantare, ma è per dirti che nonostante tutto ti ricordo e ti ricorderò sempre.

La luna cresceva e pensieri d’argento ispirava

Cosa che il Sole, troppo maschilista, proibiva

Cent’anni passati a cercar di capire la cosa

Per poi scivolare via mentre la nebbia si posa

E quando sei solo nel freddo ti scalda la rabbia

ma chi ti asseconda diventa un compagno di gabbia

 

Parlami di te, e della tua vita

Delle notti in bianco e di qualche preghiera esaudita

 Parlami di te, e della tua esistenza

 Non ci crederai ma son cent’anni che io faccio senza.

 

Sogni non ne voglio

E non disegno rotte

Perché sono un fermo custode

Nella notte.

 

La luna cresceva e sentieri d’argento illustrava

Cosa che il Sole, un po’ troppo arrogante, proibiva

Il tempo sta passando e spero che tu sia già in viaggio

 Se in mano hai una spada non servono forza e coraggio

 Ma il buio di te sarà sempre più forte e più astuto

 E soltanto l’eco risponde al tuo grido d’aiuto

 

Ma ti ricordi che

 Durante il mio saluto

 Hai tolto per primo la mano correndo lontano

 Volevo che io e te

 Due mani e due catene

 Non per schiavitù ma per dirti: “Ti voglio bene”

 E sono sempre qua

 Che seguo le tue rotte

 

E anche col sole sono un custode nella notte.

E anche col sole sono un custode nella notte

E anche col sole sono un custode nella notte

Paul